Lotto 263
Domenico Zampieri detto Il Domenichino, attribuito, (Bologna, 1581 – Napoli, 1641)
130x101 cm
"Giuditta mostra al popolo la testa di Oloferne", olio su tela, entro cornice in legno dorato, restauri
Cartiglio al retro con un'antica attribuzione manoscritta a Domenichino.
Opera accompagnata da scheda a cura di Luigi Gaudenzio, datata 1961, che conferma l'attribuzione a Domenichino.
Il dipinto raffigura l’episodio veterotestamentario di Giuditta e Oloferne riprendendo con evidenza l’ovale eseguito da Domenichino per la cappella Bandini in San Silvestro al Quirinale, parte del ciclo decorativo commissionato dal cardinale Ottavio Bandini intorno al 1628. All'interno di quel programma iconografico, dedicato alla Vergine, la figura di Giuditta assumeva il valore di prefigurazione mariana, secondo una lettura esegetica largamente diffusa nella cultura figurativa romana del primo Seicento. Anche nella presente versione ritornano alcuni dei modi tipici della fase tarda del maestro come la costruzione ampia delle forme, la compostezza quasi astratta dell’espressione, la chiarezza cromatica e quel senso di immobilità solenne che la critica ha più volte rilevato negli affreschi Bandini. La definizione dei panneggi, scanditi con un ritmo ampio e regolare, e l'elegante allungamento delle proporzioni sembrano confermare una datazione avanzata, quando Domenichino tende a una formulazione sempre più essenziale e astratta delle forme, lontana dagli accenti più mossi e narrativi della produzione precedente
Cartiglio al retro con un'antica attribuzione manoscritta a Domenichino.
Opera accompagnata da scheda a cura di Luigi Gaudenzio, datata 1961, che conferma l'attribuzione a Domenichino.
Il dipinto raffigura l’episodio veterotestamentario di Giuditta e Oloferne riprendendo con evidenza l’ovale eseguito da Domenichino per la cappella Bandini in San Silvestro al Quirinale, parte del ciclo decorativo commissionato dal cardinale Ottavio Bandini intorno al 1628. All'interno di quel programma iconografico, dedicato alla Vergine, la figura di Giuditta assumeva il valore di prefigurazione mariana, secondo una lettura esegetica largamente diffusa nella cultura figurativa romana del primo Seicento. Anche nella presente versione ritornano alcuni dei modi tipici della fase tarda del maestro come la costruzione ampia delle forme, la compostezza quasi astratta dell’espressione, la chiarezza cromatica e quel senso di immobilità solenne che la critica ha più volte rilevato negli affreschi Bandini. La definizione dei panneggi, scanditi con un ritmo ampio e regolare, e l'elegante allungamento delle proporzioni sembrano confermare una datazione avanzata, quando Domenichino tende a una formulazione sempre più essenziale e astratta delle forme, lontana dagli accenti più mossi e narrativi della produzione precedente
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